Brave con la lingua. Intervista a Giulia Muscatelli

DISCLAIMER: questo articolo è rivolto a tutti. Donne e uomini.

Quando ti laurei? Quando ti sposi? Quando lo fai un bambino? Ma quella gonna? Non è troppo corta? Ammettiamolo: ci siamo sentite rivolgere queste frasi (e molte altre) infinite volte. E spesso, per un commento buttato lì senza pensarci troppo, ci siamo rimaste male. Si può ferire con le parole? La risposta è sì. Ci troviamo in un momento storico in cui dalla letteratura alla società passando per le serie tv – inutile citare Margaret Atwood e The Handmaid’s TaleRagazze elettriche di Naomi Alderman, o ancora gli ultimi fatti di cronaca relativi ad Asia Argento e il caso Weinstein – sembra essere esplosa una nuova ondata di femminismo o meglio riflessione su quelle che sono le dinamiche di potere (e il conseguente abuso) tra i sessi.

Davanti a una tazza di tè nero fumante incontro Giulia Muscatelli, curatrice di Brave con la lingua – Come il linguaggio determina la vita delle donne, una raccolta di racconti di una decina di scrittrici italiane, che uscirà a maggio per Autori Riuniti. Ad accompagnarci nel tempo che ci separa dalla pubblicazione del volume, ci saranno una serie di appuntamenti.

Partiamo da Stai zitta! evento che si svolgerà l’8 novembre, al Circolo dei lettori. In collaborazione con Giulia Cuter e Giulia Perona – curatrici del podcast Senza rossetto – Stai zitta! è una serata che, prendendo spunto dalle esperienze delle autrici coinvolte (Sara Benedetti, Giusi Marchetta, Petunia Ollister ed Elena Varvello) riflette su come il linguaggio incida sulla parità di genere. «C’è bisogno di fare rete», mi dice Giulia, quando inizia a raccontarmi del progetto. «Le scrittrici italiane tendono a non farlo. C’è bisogno di far rete tra scrittori in generale e tra scrittici di più, perché ovviamente si è in minoranza. Sentivo forte l’esigenza di avere un gruppo di donne che facessero il mio stesso mestiere o che, in qualche modo, gravitassero intorno a quest’area. Donne che avessero qualcosa da dire su quel tema».

Com’è nata la collaborazione con Senza rossetto?

Dalla stessa esigenza di cui ti parlavo prima: fare rete. Senza rossetto aveva fatto due meravigliose stagioni di podcast incentrate su alcune espressioni dichiaratamente maschiliste; per farti un esempio: «donna con le palle» oppure «chiudi le gambe». Una serie di modi di dire diversi da quelli che ho ipotizzato io per l’incontro di Stai zitta! e per l’antologia, ma che comunque toccano lo stesso argomento.

Abbiamo quindi pensato di organizzare una serata con quattro ospiti che ci racconteranno la frase che, in qualche modo, ha segnalato la loro evoluzione. Come essere umano e come donna. Non è una guerra contro i maschi, a noi i maschi piacciono, viva i maschi! Ci piacerebbe però iniziare una riflessione su quanto impattino certe parole sugli uomini e quanto sulle donne. In più ci saranno diversi intervalli musicali.

Abbiamo scelto dei brani – che non ti rivelo – che su YouTube hanno fatto tonnellate di visualizzazioni e su cui nessuno si è mai fermato a pensare a come possano influire su chi le ascolta. Perché testi simili entrano nella testa e rimangono come sottofondo nel cervello. Si sedimentano in noi, adulti, che possiamo ragionarci, ma allo stesso modo anche nelle generazioni successive alle nostre. Con il rischio che un bambino che ascolta un tipo di musica simile cresca con quella precisa idea di come si tratta una donna, o peggio che lo ascolti una bimba e pensi che diventare donna significhi quello. L’obiettivo è quello di tentare di rendere un po’ più consapevoli le persone sulle parole che utilizzano verso gli altri.

Mi verrebbe da chiederti quale sia l’espressione che più ti ha definita (e fatta stare male).

È facile: «vivi nel tuo mondo». A me l’idea è partita proprio da questa frase che mi è sempre stata detta, fin da piccola: «tu vivi nel tuo mondo». Io ero piccola e vivevo nel mio mondo, d’accordo, sono cresciuta e per i ragazzi che frequentavo e con cui stavo vivevo solo lì, nel mio mondo. Ancora oggi in molti dicono che io non capisco la realtà perché vivo nel mio mondo.

Uno psicanalista che io adoro è Jacques Lacan. Lacan dice, parafrasato al massimo, che la donna rispetto all’uomo tende all’infinito. Quindi, banalizzando, è la donna che chiede sempre al partner «quando ci sposiamo?» perché avverte il senso dell’infinito che l’uomo non avverte. E cerca di contrastarlo mettendo dei paletti. L’avverte perché potendosi riprodurre è come se continuasse a esistere perpetuando la specie. La donna, in qualche modo, rappresenta l’infinito e quindi qualcosa che non puoi afferrare. Quanti uomini dicono di non poter capire le donne? Qui cadiamo nella retorica. Tendono a circoscriverci.

Un concetto fondamentale di questa teoria è «parola chiusa»: quella parola che non lascia dialogo tra me e te. Io ti definisco, decido che tu sei un tipo di persona che, poniamo, beve il tè freddo. Se domani lo berrai caldo, a me non importerà nulla. Tu sei quella che beve il tè freddo. Io ti chiudo all’interno di questa definizione. Perché lo faccio? Perché avverto in te quel senso di infinito, quello sfuggire, quell’andare da un’altra parte. Perché ho bisogno di chiuderti. E con le donne succede sempre. Ora, può essere vero. Forse io vivo nel mio mondo. Ma il punto è che io sono anche tanto altro oltre a questa definizione. Ed è questa la vera tendenza verso il femminile: definirlo.

Questo spiegherebbe anche perché ci sforziamo di individuare una scrittura femminile, ma non esiste una scrittura al maschile.

Se ci pensi non esiste una scrittura al maschile, allora mi chiedo: perché deve per forza essercene una al femminile? Perché da che mondo è mondo una roba che ti sfugge tu la devi chiudere. La casa editrice Autori Riuniti qualche mese fa mi ha chiesto di curare una raccolta con sole donne. Autori Riuniti è composta da tre uomini – Alessio Cuffaro, Vito Ferro e Andrea Roccioletti –  e non avendo scrittrici in catalogo ha sentito il bisogno di ampliare le voci femminili. E io ho risposto testualmente: «Certo, perché abbiamo tutte una vagina, quindi dobbiamo stare tutte nella stessa raccolta». E ho detto no. Poi riflettendoci su ho pensato in quale modo si potesse declinare questo discorso. E sono arrivata alla conclusione che una raccolta composta da racconti di sole che donne che prendevano spunto da una frase che le aveva toccate in modo particolare potesse avere un senso.

Brave con la lingua – Come il linguaggio determina la vita delle donne sarà composta esclusivamente da racconti di fiction il cui ricavato verrà devoluto in beneficenza.

È una scommessa: Autori Riuniti è una casa editrice giovanissima, io di certo non sono un nome importante. Vedremo cosa nascerà. Di certo è molto bello che tre uomini abbiano creduto in un progetto simile.

Brave con la lingua è visto come il prodotto finale di un percorso costellato da moltissimi appuntamenti. Una volta concluso Stai zitta! quale sarà il prossimo?

Il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, al Circolo dei lettori di Torino ci sarà una Experience Room: una stanza buia dove una voce ripeterà in loop una serie di espressioni che le ragazze mi hanno raccontato nel corso di questo progetto. L’effetto che spero si crei è un qualcosa di estraniante. Ok, non ci capite, pensate che stiamo esagerando: benissimo, provate a starci (mi verrebbe da aggiungere: «nel nostro mondo»). E poi vediamo. Perché ti sei tagliata i capelli così? Perché hai fatto quella foto? Quando lo fai un bambino? Durerà un giorno a entrata libera. E poi chissà: la mia è una call to action. Per tutte. E tutti.

 

Illustrazione di linEEtte ideata per Senza rossetto

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  • - minima&moralia : minima&moralia
    24 novembre 2017 at 15:29

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