Dunque eccomi qui. (Amleto, Ian McEwan e la bambina seduta sui gradini)

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Sarà stato l’abito verde di Keira Knightley. O forse mi decisi in classe – durante la famosa scena in cui Robbie, pestando i tasti della macchina da scrivere, compone in maniera ossessiva la parola cunt –, quando un mio compagno esclamò: «Ma prof, scusi, cosa vuol dire?» O semplicemente il merito è di Briony, e del potere dirompente delle bugie bianche, quelle dette a fin di bene. Sta di fatto che all’inizio dell’estate dei miei diciassette anni entrai in libreria decisa: dovevo comprare Espiazione di Ian McEwan. Il film, assaporato a pezzi in lingua originale in una piccola aula dotata di un televisore uscito direttamente dagli anni Novanta, non mi era bastato. Dovevo saperne di più. E quindi eccomi sul letto sdraiata a pancia in giù, intenta a consumare pagina dopo pagina quella scrittura elegante e raffinata, seguita dallo sguardo malinconico della bambina ritratta in copertina che se ne sta seduta pensosa sui gradini di una dimora antica.

Dieci anni e cinque suoi libri dopo. Non sono più solo parole, storie, personaggi e inchiostro. Lui è a Torino per promuovere la sua ultima fatica letteraria, Nel guscio (Einaudi, traduzione di Susanna Basso, pp. 184, 18 euro). Io invece ho iniziato ad apprendere magie editoriali nella casa editrice che lo pubblica in Italia. Entrambi ci ritroviamo seduti al tavolo della sala delle riunioni del mercoledì – ma non da soli, eh: insieme a un gruppo di blogger, giornalisti, influencer. «The first sentence appeared from nowhere» ci rivela Ian McEwan non appena inizia il giro delle domande. L’incipit del romanzo – nella magistrale traduzione di Susanna Basso, al quale l’autore ha riservato parole dolcissime di gratitudine – recita così: «Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna». Lo scrittore inglese confessa: «Ero a una riunione molto noiosa, quando all’improvviso mi è venuta in mente questa frase, pronunciata da un bambino nel grembo materno». Una folgorazione inusuale. «Una buona idea, – ci spiega McEwan con quel suo accento tipicamente british, – ti deve sembrare tale non solo il lunedì, ma anche il martedì e nei giorni a venire».

«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna». Lo scrittore inglese confessa: «Ero a una riunione molto noiosa, quando all’improvviso mi è venuta in mente questa frase, pronunciata da un bambino nel grembo materno».

La gravidanza di Trudy «capelli biondo grano che si inanellano in riccioli lucenti fino alle spalle bianche come la polpa delle mele» è quasi agli sgoccioli. In trepidante attesa il padre del nascituro, John: «un omone tutto cuore che tenta invano di perorare la propria causa nella formula anacronistica di un sonetto» (una descrizione simile vale tutto il romanzo). E Claude, ovviamente. Chi è mai questo Claude? Lo zio del bambino, cioè il fratello di John. L’amante di Trudy. Bellissima. Amorevole. Assassina?

Se questa trama vi suona familiare, non allarmatevi. Nel guscio infatti è una libera e inaspettata riscrittura a tinte gialle della storia di Amleto, dichiarata fin dall’epigrafe: «Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito – se non fosse la compagnia di brutti sogni». Questa volta, però, a raccontarci la sua versione è proprio un feto: «Mi reputo un innocente, ma a quanto pare sono parte di un complotto. Mia madre, che il cielo benedica il suo cuore instancabile e pompante, sembra sia coinvolta. Ho detto sembra, madre? No, è. Sei. Sei coinvolta. Lo so, fin dal principio». È l’orecchio non sempre affidabile di questo narratore non nato che riporta i fatti. Nessun regno nordico a cui aspirare, ma un edificio georgiano che si affaccia su Hamilton Terrace, una tenuta cadente in cui già vive la coppia di amanti, e che per nulla al mondo intende cedere.

Se questa trama vi suona familiare, non allarmatevi. Nel guscio infatti è una libera e inaspettata riscrittura a tinte gialle della storia di Amleto.

«Sembra quasi che questo feto abbia letto la celebre opera di Shakespeare», scherza Andrea Bajani qualche ora più tardi. Siamo ormai fuori dal «guscio», in un incontro pubblico che si svolge alla Cavallerizza Reale, stracolma di gente come se tutti gli abitanti di Torino fossero racchiusi fra quelle mura. «Il feto non ha letto l’Amleto di Shakespeare, lo ha scritto», ci tiene a precisare l’autore inglese, sfoggiando un sorriso sghembo dietro gli occhialini tondi.

E mentre seduta sulle gradinate della Cavallerizza ascolto McEwan, pensosa come la bambina che dalla copertina di Espiazione non ha mai smesso di giudicarmi in tutti questi anni, mi rendo conto di un fatto, semplice e preciso. Espiazione aveva avuto una colpa, che è insieme una maledizione e un sortilegio dal quale ho capito da tempo di non poter (e voler) guarire. Le storie pubblicate da quella casa editrice – che nell’immagine un po’ buffa di un pennuto ha il proprio simbolo – non mi avrebbero mai più lasciato.

Fotografia © Scuola Holden – thecatcher.it

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