Giorni selvaggi #6: Corriere dell’Est di Norman Manea

Nella mia condizione attuale di scrittore di lingua romena di stanza a New York, l’esperimento linguistico che mi pare essenziale nel postmodernismo mi risulta meno accessibile. Con difficoltà, cerco di restare su una linea di galleggiamento sempre più vaga, nel tentativo per nulla semplice di sopravvivere come scrittore in esilio. I limiti che ho accettato a seguito di un confronto decennale con le costrizioni, non poche volte disastrose, della traduzione, non concedono ampi margini di libertà. Del resto, lo sforzo di semplificare la frase, dunque il pensiero, e quello di semplificare la trama, dunque le possibilità epiche e analitiche della prosa, potrebbero annientarmi. Tornare a un esperimento postmoderno non sarebbe altro che un modo per attribuire a tale suicidio un’aura di grandezza claustrofobica, per la quale, lo ammetto, non mi sento più pronto.

Corriere dell’Est (il Saggiatore, traduzione di Anita Natascia Bernacchia, pp. 252, 24 euro) di Norman Manea è uno di quei testi ibridi che può essere letto (e amato) tanto dai lettori iper-specialistici quanto da semplici curiosi. Protagonista del sesto appuntamento di Giorni Selvaggi*, il libro è il risultato di undici anni di un intenso scambio intellettuale tra lo stesso Manea – testimone-cantore dei tre grandi drammi collettivi quali l’Olocausto, il totalitarismo comunista e l’esilio – e il filosofo Edward Kanterian. Un dialogo iniziato nel 1996, ben tre anni prima dell’arco temporale abbracciato in Corriere dell’Est. La letteratura come rifugio, le parole come una fortezza, la lingua romena come patria. Perché è l’esilio il punto di vista – unico e al tempo stesso dolorosissimo – dal quale Manea si racconta a Kanterian. Dapprima, a causa del regime totalitario comunista, esiliato nel suo stesso paese e poi costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti.

Corriere dell’Est fugge a tutte le possibili classificazioni. È un memoir? Un saggio letterario? Un’autobiografia? Quello che è certo è che in duecentocinquanta pagine si attraversa il tempo e lo spazio: un viaggio che inizia a Bucarest, fa tappa a Berlino e giunge infine a New York. È presente il confronto con la tradizione romena (Emil Cioran, Paul Celan e il criticato Mircea Eliade a causa del suo antisemitismo unito al sostegno al regime) e quello con le radici ebree, che ruota attorno al pensiero di Hanna Arendt. E poi c’è il presente che irrompe tra le righe: il conflitto nel Medio Oriente, terrorismo islamico, e Trump.

Sorprende – ma neanche più di tanto – che la prima traduzione sia proprio quella italiana. Il perché lo spiega lo stesso Manea alla fine del libro:

Il volume attuale, pubblicato dal Saggiatore, è la prima traduzione del nostro dialogo. Il fatto che ciò avvenga in Italia forse non è casuale. Non penso solo allo stretto legame linguistico tra le due culture. Dovrei forse aggiungere quanto mi sento bene tra gli italiani??? La vitalità, l’ospitalità, l’apertura al mondo, l’umorismo, il canto e la gastronomia sono solo alcuni degli ingredienti che caratterizzano lo spirito di questo popolo.

 

*Giorni selvaggi è un progetto di Salone Internazionale del Libro e Circolo dei lettori.

Partner: Scuola Holden Storytelling & Performing Arts, COLTI – Consorzio Librerie Indipendenti di Torino, Biblioteche Civiche Torinesi, Torino Rete Libri, Babel Libreria Internazionale.

 

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