Il Midwest? Il mio palco preferito. Intervista a Tom Drury

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«Vuoi sapere quali scrittori americani ti consiglio?» Mi guarda, gli occhi azzurri fissi nei miei. «È una domanda difficile… Piuttosto, – rilancia. – A te quali autori piacciono?»

Siamo a Torino, in un piccolo locale vicino alla libreria Therese, seconda tappa del suo tour italiano. Lui è Tom Drury. Nato in Iowa, al dito porta un anellino coi teschi e mentre mi parla sorseggia del vino rosso. È l’autore della «Trilogia di Grouse County», il cui primo volume – La fine dei vandalismi  (NN Editore, traduzione di Gianni Pannofino, pp. 400, 19 euro) – è stato recentemente pubblicato in Italia, a ben ventitré anni dall’edizione originale.

Drury strappa un foglio e con il suo trattopen verde inizia a scrivere una serie di nomi come Daniel Woodrell, Denis Johnson, Chavisa Woods («Devi leggere il suo Things to do when you’re goth in the country», mi dice), Susan Straight… Poi si ferma. Chiede un suggerimento alla moglie, seduta al tavolino accanto a noi. E la lista continua: Jamaica Kincaid, Jean Thompson, Jayne Anne Phillips, Mary Robinson e Yannick Murphy.

Tom Drury è così, non ha paura di snocciolarti un nome dietro l’altro. Proprio come accade nelle pagine affollatissime di personaggi della Fine dei vandalismi, in cui si racconta le vicende di una cittadina situata in un immaginario Midwest.

È un luogo da cui ti sei allontanato nella vita, ma che ritorna sempre nei tuoi libri.

Ricordo molto bene il Midwest: ci sono nato e cresciuto. Amo la campagna, i campi, le fattorie, i mulini a vento, i ponti, i granai. Ho fissato nei ricordi ogni singolo dettaglio del paesaggio. La maggior parte degli abitanti di quella zona si conosce fra di loro, ha la possibilità di intersecare molte vite, di sfiorarle magari solo tangenzialmente, e poi prendere tutt’altra direzione. È un aspetto che amo molto. E proprio perché sono cresciuto in mezzo a quei campi, a quelle fattorie, so per certo che potrò scrivere del Midwest per sempre. Se fossi un regista ti direi che è quello il mio palco preferito. È un luogo ideale per essere raccontato.

Che ruolo avevano i libri nella tua contea?

A Swaledale di tanto in tanto compariva un camioncino carico di libri, una specie di biblioteca itinerante. Io ero tra i primi ad arrivare sul posto, e mi accaparravo volumi su volumi. Sai, ero un bambino in una piccola città dove tutti conoscevano tutti… non potendo andare da nessuna parte, le mie esperienze erano molto limitate. Grazie alle pagine dei libri però potevo sperimentare universi, sognare luoghi lontanissimi, e scoprire il mondo attraverso le parole. Diventando scrittore ho cercato di ricreare io stesso un mondo per tutte quelle persone che non provengono dal Midwest e che non hanno mai avuto l’occasione di visitarlo. Spero di esserci riuscito.

E proprio perché sono cresciuto in mezzo a quei campi, a quelle fattorie, so per certo che potrò scrivere del Midwest per sempre. Se fossi un regista ti direi che è quello il mio palco preferito. È un luogo ideale per essere raccontato.

I personaggi che popolano Grouse County sono moltissimi. Come sono arrivati a te? Hai disegnato uno schema per non perderteli per strada?

Sono arrivati uno alla volta, direi. Quando non sapevo cosa sarebbe successo nella storia, aggiungevo una nuova figura. I personaggi comparivano e agivano, commentavano, dicevano la loro. Li considero un coro che fa da contrappunto a ciò che succede a Louise, Tiny e Dan, i tre protagonisti. Se ho mai realizzato un diagramma dei personaggi? No, ma ho disegnato una mappa della contea, riprodotta anche all’interno del libro. Non mi sembra però che sia stata inclusa nella versione italiana.

A quel punto fruga nella borsa, ed estrae una copia sgualcita del tascabile inglese di The end of vandalism. Mi mostra la mappa: io sorrido, e scatto una foto.

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Ho tenuto traccia dei personaggi, ma erano solo degli appunti che prendevo man mano che procedevo con la scrittura. In entrambe le edizioni, sia quella originale sia quella italiana, è presente tuttavia un elenco con i nomi e i ruoli interpretati da ciascuno di loro. Mi è sembrato divertente rubare l’idea dai film, quando nei titoli di coda scorrono i nomi di tutti i protagonisti in ordine di apparizione. Ho pensato che potesse essere d’aiuto per i lettori.

Hai detto altrove che i dialoghi sono una sorta di rimedio al silenzio della contea.

Quand’ero ragazzo camminavo spesso per le strade della mia città da solo, senza rivolgere parola a nessuno. E, a dirti la verità, avrei voluto che le persone parlassero di più, che parlassero di più a me. Così quando mi sono ritrovato a scrivere di questo posto mi è sembrato bello che le persone parlassero un sacco. Questa è anche una delle ragioni per cui non definirei i miei libri come narrazioni realistiche o addirittura rappresentative del Midwest perché, di fatto, non lo sono. Sono stati i silenzi del Midwest a spingermi a creare un luogo pieno di voci.

NN Editore è famosa in Italia soprattutto per aver pubblicato la «Trilogia della pianura» di Kent Haruf. Viene spontaneo chiederti se l’hai letta.

No, non ho mai letto Haruf. Forse avrei dovuto farlo, ma mentre scrivevo la trilogia ho cercato di evitare scrittori che mi potessero assomigliare, o che stavano lavorando in direzioni simili alla mia. Per non essere influenzato, credo. Ho cercato di innalzare delle barriere creative intorno ai miei libri, diciamo così.

Da chi ti sei lasciato influenzare?

Da mia madre. Non era una scrittrice, ma era solita scrivere delle lettere. Usava uno stile semplice, periodi brevi, cercava di non essere mai eccessiva, prediligeva frasi corte e descrittive. Se dobbiamo parlare di scrittori, ecco, è difficile… Forse ti direi Sherwood Anderson, su tutti la sua raccolta di racconti Winesburg, Ohio. Quello è un libro che ti dimostra che non puoi raccontare tutto ciò che vedi, ma che puoi provare a fare del tuo meglio. Un approccio che mi piace molto. E poi la solitudine dei suoi personaggi è qualcosa che mi ha sempre colpito.

Sono stati i silenzi del Midwest a spingermi a creare un luogo pieno di voci.

Che sensazioni hai nel parlare adesso della Fine dei vandalismi? In America è uscito nel 1994.

Un po’ è strano, lo ammetto. Gli altri due volumi sono stati pubblicati nel 2000 e nel 2013. In questi anni di tanto in tanto facevo ritorno a Grouse County. Ancora oggi penso ai miei protagonisti come a dei membri della mia famiglia. Ed è bello vedere come se la stanno cavando. Portarli adesso con me in Italia è strano, sì, ma è anche unico. Certo, quando le persone mi chiedono come ho concepito la trilogia, e mi fanno domande specifiche sulla scrittura… Ecco, devo pensarci un po’ su. Ma sono felice che dopo così tanto tempo Louise, Tiny, Dan e tutti gli abitanti di Grouse County significhino ancora qualcosa per me, e adesso anche per voi.

Un grazie speciale a Chiara Codeluppi

Fotografia © Mathieu Bourgois

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