Le otto montagne, un anno dopo. Intervista a Paolo Cognetti

«Il passato è a valle, il futuro è a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa». Vi avranno detto che è un libro sulla montagna. Che è la storia di un’amicizia – tra un ragazzo di città (Pietro) e uno di montagna (Bruno). Di quelle che nascono da piccoli, superano distanze e diversità e, per miracolo (o forse destino), durano una vita. Che è già un classico. Che c’è di mezzo un padre e un figlio. E poi boschi, prati, pascoli, vette raggiute e sognate, sentieri e ghiacciai. Che ha vinto il premio letterario italiano più prestigioso. Che è stato tradotto in trentotto Paesi. Tutto vero. Ma, alla fine, Le otto montagne di Paolo Cognetti è semplicemente un libro da amare.

Dal giorno in cui l’ho letto – emozionata nel trovare, in una storia così attesa, pezzi della mia (quei balconi fioriti… come ti sarebbe piaciuto questo romanzo) – è successo tanto. Dallo Strega al Prix Médicis étranger, dall’ideazione de Il Richiamo della Foresta ai moltissimi incontri, festival, appuntamenti con i lettori. Perché sì, avete amato Le otto montagne. Ed è per festeggiare questo affetto, un anno e qualche mese dopo l’uscita del romanzo, che ho voluto fare qualche domanda direttamente a Paolo.

Le otto montagne racconta di un’amicizia, quella tra Pietro e Bruno. Fin dall’uscita è stato definito da molti come un classico. Ma è soprattutto la storia che volevi scrivere da tempo. Da dove è nata?

È nata dalla vita. Per me la scrittura le corre dietro, non nasce al chiuso di una stanza da un atto di immaginazione ma è memoria delle corse all’oro, delle caccie alla balena, degli inverni di guerra o, nel mio caso, delle montagne di una vita. La montagna d’infanzia imparata da mio padre e quella dell’età adulta, condivisa con un amico. C’era anche una casa, in mezzo. A un certo punto ho visto una storia che è sempre stata lì, la conoscevo benissimo, dovevo solo mettermi a scriverla.

La montagna non è solo il centro del tuo romanzo, ma anche del festival che hai ideato e organizzato: Il Richiamo della Foresta. Ci racconti qualcosa in più di questa iniziativa? Ci sarà una seconda edizione?

Sì, il 20-21-22 luglio 2018. Si terrà a Estoul, in un bosco di larici a 1900 metri d’altezza, a due passi da casa mia. Il Richiamo della Foresta è nato da un mio bisogno di restituzione, il desiderio di portare qualcosa di bello a questa montagna che mi ha dato tantissimo negli ultimi dieci anni. Ma anche dall’amicizia con alcune persone che lassù hanno trovato un luogo di legami e progetti. Insieme abbiamo fondato l’associazione «Gli urogalli» e dato vita a questo festival sul ritorno alla montagna: ritorno di scrittori e contadini, musicisti e camminatori. Per tre giorni si vive insieme nel bosco (invitiamo tutti a venire in tenda), si ascoltano concerti, si assiste a incontri e a performance artistiche, si va a camminare, si condivide la montagna e il suo stile di vita. Alla prima edizione abbiamo avuto circa 3000 persone. Ma più che i numeri mi ha colpito lo spirito di quei giorni, un grande desiderio di partecipazione.

Da qualche mese è uscita per Terre di mezzo la nuova edizione de Il ragazzo selvatico, un libro scritto diversi anni fa, illustrato ora da Alessandro Sanna. Com’è stato avvicinarsi nuovamente a un tuo testo dopo così tanto tempo? La tua visione della montagna si è modificata? Che cosa significa per te la montagna?

Credo ci siano libri che vanno lasciati dove stanno, sono come fotografie di un’epoca della nostra vita, non ha senso rileggerli né tanto meno riscriverli. Altri invece ci accompagnano, non smettono di essere vivi. Il ragazzo selvatico era il diario del mio ritorno alla montagna, nato in maniera del tutto spontanea dai miei primi due o tre anni di vita nella baita. Dopo altri sei o sette ho avuto voglia di riprendere quel racconto, togliere alcune parole e aggiungerne altre, fare un lavoro sulla lingua, dare alla storia una forma più chiara perché nel frattempo mi si è chiarita nella testa. Non si è modificata la mia visione della montagna, però a distanza di tempo mi sembra di aver capito meglio che cosa mi è successo quella volta. E con gli anni di mezzo si può essere più sinceri. Per rispondere all’altra tua domanda un autore che amo molto, Peter Matthiessen, scriveva che la montagna «non significa ma esiste»: solo lontano dalla montagna ci si può chiedere quale sia il suo significato, quando ci vivi dentro non c’è altro che la sua esistenza.

Le otto montagne all’estero. Sei stato tradotto in tantissime lingue, e stai accompagnando il libro in altrettanti Paesi. Quali sono state le reazioni dei lettori che più ti hanno colpito? Com’è cambiata la percezione da Paese a Paese della storia di Pietro e Bruno? Mi racconti un aneddoto buffo?

Un aneddoto buffo riguarda la traduzione. Il romanzo sta uscendo in 38 lingue di cui la maggior parte mi sono sconosciute, ma almeno due le posso leggere e così ho visto com’è stato diverso tradurre questa storia in inglese e in francese. Con la Francia condividiamo le Alpi, il paesaggio di montagna, la sua cultura, i suoi mestieri, la sua lingua, e il lavoro non è stato difficile, anzi è stato appassionante vedere somiglianze e differenze, trovare le parentele. In Inghilterra invece le montagne non ci sono ed è proprio vero, come diceva Wittgenstein, che i limiti di una lingua sono i limiti del suo mondo: per esempio non c’è una parola per dire montanaro (mountaineer vuol dire alpinista e allora abbiamo risolto con eufemismi come mountain man o man of the mountains né una per dire alpeggio (è diventato alpine farm o mountain farm). Si perde molto, nel passaggio: sono le parole di una civiltà, e benché un lettore inglese possa comprendere la storia non potrà mai capire la cultura da cui proviene, così come non ha in testa la faccia di un montanaro, l’aspetto di un alpeggio. Chissà cosa succederà nelle altre 36 lingue… I lettori hanno le reazioni più diverse: in Olanda il libro sta andando benissimo, ma per loro c’è un senso di esotismo nel leggere una storia ambientata sulle Alpi; dalla Francia e dalla Svizzera mi scrivono i figli e i nipoti degli emigrati valdostani, a volte persone molto anziane a cui il libro ha ricordato certe lontane estati d’infanzia; in Germania ci sono i più grandi innamorati delle nostre montagne e i lettori le conoscono per averne percorso i sentieri. Io vivo tutto questo con stupore e gratitudine. A volte mi sento il veicolo di una storia più grande di me. Penso sia una gran fortuna quella di fare lo scrittore.

 

Fotografia di AUTORItratti di Musacchio & Ianniello

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