Quello che ho imparato aspettando il teletrasporto

    Call me Cassandra. Se una delle videocassette più consumate di sempre è stata quella di Ritorno al futuro – «Sai, Marty, ora so che riuscirò a vedere il 1985, che costruirò questa macchina, che avrò la possibilità di viaggiare nel tempo!» –, se ho versato tutte le lacrime a mia disposizione sulle pagine di La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (mannaggia a te, Niffenegger, mannaggia), be’… tutto questo aveva un senso.

    Perché archiviate le brevi vacanze pugliesi – fra taralli, riso-patate-cozze e pasticciotti – mi sono di nuovo immersa in quell’ottovolante di pura follia che è la #vitadapendolare. Su e giù a rincorrere treni, saltando da una città all’altra in perenne ritardo. E sebbene le narrazioni fantascientifiche abbiano creato in me – e in altri milioni di esseri umani – enormi aspettative (spicciatevi con questo teletrasporto, su), una buona dose di realtà proveniente dal futuro l’ho avuta proprio in questo afoso settembre.

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