Umami. Intervista a Laia Jufresa

    Umami è uno dei cinque gusti fondamentali. Scoperto dopo il dolce, l’acido, il salato e l’amaro, fu teorizzato ai primi del Novecento in Giappone. Ma Umami (edizioni SUR, traduzione di Giulia Zavagna, pp. 250, 16,50 euro) è anche il titolo del primo romanzo di Laia Jufresa. Considerata una delle più importanti scrittrici messicane under 40, Jufresa – dopo aver esordito con El esquinista, una raccolta di racconti – approda al romanzo con una storia struggente e spietata di amore e perdita. Nel centro esatto di Città del Messico, a Villa Campanario – un comprensorio condiviso da più famiglie –, s’incrociano le vite e i destini di un’umanità variegata e un po’ stramba.

    C’è Ana, una ragazzina sveglia che si ostina a voler coltivare una milpa in giardino (sì, alla fine di questo romanzo saprete perfettamente cos’è una milpa, tipologia di coltivazione tradizionale messicana e chissà che non vi venga voglia di provare a coltivarne una voi stessi). Ma non è l’unico effetto collaterale di questa storia. Vi troverete anche a inventare colori, proprio come fa Marina, giovane artista che conia neologismi come biansibile o violetticomio. E poi ci sono Pina, amica di avventure di Ana e Alfonso, agronomo rimasto vedovo. E infine c’è Luz. La piccola Luz. Ma c’è soprattutto la scrittura di Laia Jufresa che, costruendo abilmente una storia a capitoli alternati in cui gli anni scorrono al contrario, vi trascinerà in un vortice di emozioni per cui, l’ultimo effetto collaterale del libro, sarà pronunciare più spesso il nome di chi amiamo. Perché Umami è, più di tutto, il sapore del ricordo di chi ci ha lasciati. È un libro che ci aiuta a coniugare che ormai alcune persone non sono più presenti nella nostra vita. Ho incontrato Laia Jufresa durante il suo tour italiano, svelandole fin dal primo istante quanto avessi amato il suo libro.

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